Il modellista

Lo storyteller della realtà
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Ho trovato queste righe in rete che descrivono molto bene la mia idea di modellismo e di modellista, quindi non posso fare altro che condividerne il contenuto...

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C’è chi dice che sia possibile riconoscere un modellista dalla capacità che possiede di scegliere un sasso piuttosto che un altro durante una scampagnata.
In quel ciottolo egli nota ciò che altri non considerano, si accorge che ha forma e dimensioni perfette per finire nel diorama a cui da mesi sta lavorando nel suo laboratorio casalingo.
Quello del modellista è uno sguardo allenato, teso a riconoscere quanto possa essere utile e adatto a rappresentare nel modo più realistico possibile uno spaccato dell’universo reale: il legno di un piccolo steccato, la sfumatura di una divisa militare o lo schizzo di fango sulla fiancata di un’auto da rally.[...]

Piccoli mondi certo, ma perfetti nella realizzazione.
In ogni teca e in ogni diorama ha luogo una storia, si svolge un dramma; un preciso universo tenta di raccontare la realtà: una sfida che accomuna tanto il modellista quanto il narratore.
Se è vero che il buon Dio sta nei dettagli, come sosteneva Gustav Flaubert – lui che dell’attenzione al dettaglio ha fatto il suo cavallo di battaglia –, il modellismo dovrebbe essere iscritto nella lista delle forme narrative che esaltano il particolare e il cui peggior nemico è l’imprecisione. Probabilmente anche Italo Calvino sarebbe d’accordo nel sostenerlo, data la foga con cui difende l’esattezza, una delle “virtù letterarie” trattate nelle celebri Lezioni Americane.
Il cristallo è per lui, scrittore accurato e misurato, il «modello di perfezione che ho sempre tenuto come emblema».
Ma Calvino si rende conto della necessità di considerare l’altro polo del fare umano e narrativo, quello magmatico e in continua trasformazione, tradotto simbolicamente nella forma mutevole della fiamma: il racconto.

Ogni modellino e ogni diorama è il racconto di un episodio oppure la rappresentazione in scala di un modello famoso (una barca a vela, un cavaliere medievale, un incrociatore stellare).
A prescindere dalla tipologia di modellismo praticato, dinamico (i celebri trenini elettrici, per esempio) o statico (gli immortali soldatini), esso racconta sempre una storia, ovvero celebra l’azione.
Vengono in mente le parole di Sebastião Salgado nel documentario Il sale della terra di Wim Wenders: davanti a un panorama boreale che avrebbe fatto la felicità di ogni altro amante dell’obiettivo, il fotografo brasiliano si rifiuta di scattare, sconsolato, perché «non c’è azione».
Che si tratti di una fotografia o di un modellino, il ritratto della realtà deve contenere movimento, sale della vita e dell’esistenza.
Senza tale ingrediente, che genera uno scatto immaginativo nella mente dell’osservatore, il modellino costato ore di lavoro non restituisce nulla a colui che lo guarda ma rimane insipido, semplice materiale inerte: plastica, piombo o legno che sia.
Una storia è un movimento diacronico, cioè si svolge nel tempo: è così per la musica (non a caso le sezioni di una sinfonia si chiamano “movimenti”), per il cinema (il regno dell’immagine in moto), del teatro (anche nei casi più estremi di stasi drammaturgica, da Cechov a Beckett).
Il racconto, in qualunque tipo di linguaggio si articoli, non è fantasticare libero e vago, ma è opera di immaginazione, che si muove rispondendo alle regole, mutevoli ma al tempo stesso rigide, degli universi narrativi.
Non è dunque errato affiancare la figura del modellista, china sul proprio tavolo ingombro di figurini e attrezzi, a quella del narratore di storie.
Entrambe faticano per aumentare il livello di realismo della propria opera con una limatura ben assestata: una per eliminare le linee di fusione, l’altra per conferire rotondità alle frasi.
Entrambi raccontano storie, immaginando mondi e lavorando alacremente su dettagli minuti.

«Raccontare una storia, innanzitutto, semplicemente, con l’applicazione dell’ebanista davanti al banco di lavoro» scrive Georges Simenon in L’età del romanzo; sostituendo modellista a ebanista il risultato non cambia di una virgola.
La dedizione al lavoro, spesso lungo e faticoso, accomuna narratori e modellisti in un’unica categoria che attrae le occhiate incredule delle persone.
Perché passare la vita a costruire barche a vela? Per quale motivo impiegare ore del proprio tempo libero per scrivere la storia di un monaco amanuense? A che pro faticare così tanto, e con quale scopo? In un mondo che separa sempre più desideri e passioni personali dal lavoro necessario per sopravvivere, il fare narrativo-modellistico urla ai quattro venti la parola passione.
Come scrive la scrittrice Zadie Smith in Perché scrivere?: «Per me ora lo scrittore occupa un posto che sta in qualche modo al di sotto dell’artista, più vicino a quella dell’artigiano: un minuzioso fabbricante di oggetti, versato nel suo mestiere, le cui merci sono rilevanti o inutili a seconda della richiesta, ma che continua a costruirle comunque – per qualche assurda esigenza interiore – anche quando dall’altra parte della città apre uno stabilimento industriale.
Io ho costruito questa sedia. Vi ci volete sedere? Ci volete salire sopra e mettervi a strillare? La volete fare a pezzi e usarla per accendere un fuoco? Un artigiano può sperare in tutte queste cose.
Ma deve sempre mettere in conto l’eventualità – più comica che tragica – di essere un eccellente fabbricante di sedie che ha costruito una sedia che eccede la domanda, che è superflua in questo mercato, che nessuno vuole, o di cui nessuno ha bisogno».
Una passione artigianale dunque, l’espressione materiale di un bisogno interiore che accomuna l’appassionato di bonsai al costruttore di aeromodelli, il pittore di soldatini di piombo allo sceneggiatore hollywoodiano.
Che gli strumenti siano parole e personaggi piuttosto che legno di balsa e colla poco importa, la necessità che sta alla base del lavoro modellistico è la medesima che muove ogni azione del ri-creare.

di Danilo Zagaria